FUNE DI VINCOLO

SI PRECISA CHE QUANTO ESPOSTO NEGLI ARTICOLI NON RAPPRESENTA, E NON PUÒ RAPPRESENTARE, NÈ LE POSIZIONI DELLA SEZIONE DI ROMA NÈ TANTOMENO QUELLE DELL'ASSOCIAZIONE, MA COSTITUISCONO MERAMENTE OPINIONI RIFERIBILI AL SOLO AUTORE.

Il primo Martedì

Correva l’anno di grazia 1963! Avevo da poco tempo effettuato i tre lanci di abilitazione e mi sentivo già...paracadutista! Con l’entusiasmo proprio dei neofiti trascorrevo tutti i pomeriggi e le serate nei locali della sezione ANPdI di Viale delle Milizie. Un modo per soddisfare il mio desiderio di appartenenza mimetizzandomi tra i paracadutisti “veri”, che allora erano, per la gran parte, reduci della seconda guerra. Volevo ascoltare i loro racconti, cercare, in qualche modo, di rivivere le loro emozioni, condividere i loro ricordi.

Una di quelle sere, il Comandante Sala, presidente della Sezione, mentre chiudeva la stanza della presidenza e si accingeva ad andarsene, si rivolse a me dicendomi “Tocchi vuol venire a cena con me?”. Se l’obiettivo della richiesta fu quello di stupirmi e di emozionarmi, il successo fu assoluto. Confuso, finsi di non aver capito, ma la proposta fu ripetuta perentoriamente con chiaro sapore di “disposizione militare”. Balbettando un grazie e inseguito dalla meravigliata invidia di quanti restavano, mi accodai al Comandante.

Una volta fuori della sezione, si decise di andare con la mia 500 e non con la sua 600, perché io, comunque, sarei dovuto ritornare da quelle parti dal momento che abitavo a pochi passi da Viale delle Milizie. Su sua indicazione ci dirigemmo verso il centro per raggiungere Via dei Serpenti dove parcheggiammo. Interrogandomi sul perché, con tante trattorie in Prati, fossimo arrivati al rione Monti, seguii il Comandante che con il suo abituale passo deciso si diresse verso una trattoria situata sul lato  destro della via dei Serpenti, nella quale accedette attraverso una porta laterale che immetteva, direttamente, in una saletta.

La saletta era occupata completamente da un grande tavolo a ferro di cavallo attorno al quale già sedevano una quarantina di persone, quasi tutti uomini, che al nostro ingresso salutarono all’unisono il mio accompagnatore con un “Buona sera Comandante” misto di rispetto ed affetto. Mai in vita mia mi sono sentito così pulcino nella stoppia come in quel momento. Ma  solo per una frazione di secondo: prima di prendere posto sulla sedia a lui riservata, a capo tavola, il Comandante mi indicò un posto vuoto e mi “consegnò”, con un gesto di intesa, ad uno dei convitati, cui si accompagnava una delle poche donne presenti. Quel convitato, scoprii in seguito, era Carlo Commini. Sarebbe diventato poi uno dei miei migliori camerati, con lui avrei condiviso momenti importanti della mia vita.

Sino a qui non avevo ancora capito chi fossero i convitati e, soprattutto, perché io fossi tra loro. Lo capii quando il Comandante si alzò, e prese la parola  rivolgendosi ai presenti come era solito fare con i suoi paracadutisti chiamandoli “Cari Ragazzi”. A conclusione del suo dire, indicandomi disse: “Quel ragazzo si chiama Adriano Tocchi, è da poco un socio aggregato della nostra sezione. L’ho portato con me perché sono certo che, se avesse avuto venti anni di più, avrebbe combattuto con noi e sono altrettanto certo che entrerà nelle aviotruppe”. Nello spazio di pochi minuti, un’altra inaspettata emozione, il mio cuore era gonfio di orgoglio: mi si accordavano un onore ed un riconoscimento che non avrei mai immaginato, mi trovavo là in mezzo a paracadutisti che avevano combattuto battaglie vere e siccome il carisma di un comandante non si discute, fui accolto in quel consesso come uno di loro. Quella serata avrebbe cambiato in misura significativa molti indirizzi della mia vita.

Ma torniamo a quella serata. Era dunque una cena di reduci paracadutisti, di quei soldati che, nella mia fantasia di ragazzo, occupavano lo spazio di uomini speciali alla stessa stregua dei parà di Bigeard caduti a Dien BienPhu, dei quali già allora sapevo tutto. Durante la cena Carlo mi spiegò come quell’incontro fosse una scadenza fissa, un appuntamento nato e voluto da un  gruppo di quei soldati, vinti dalle sorti della guerra, ma non domi. Un momento per ritrovarsi, per verificare insieme la tenuta spirituale dell’idea comune pur nella sconfitta, per proseguire un cammino solo materialmente interrotto.

E poi, i sopravvissuti dovevano dare sepoltura ai camerati caduti, provvedere alle vedove, alle madri, ai camerati rimasti senza lavoro perché discriminati e a quelli ancora detenuti nelle patrie carceri, in attesa di processo o già condannati, perché colpevoli di avere combattuto…dalla parte sbagliata. In questo incontro mensile, da oltre un decennio, si mangiava una pizza e se ne pagavano due, si beveva un bicchiere di vino e se ne pagavano due e così via...e il danaro raccolto destinato a quelle necessità. Il Folgore, il Nembo, il Ciclone, il Mazzarini, l’Azzurro erano ancora là, pronti a continuare la loro battaglia ideale e a cercare una rivincita alla sconfitta, occorsa solo perché “Mancò la fortuna, non l’onore”.

Al termine di quella indimenticabile serata, ancora confuso e stordito dalla molte emozioni provate, riaccompagnai il Comandante in Prati ove aveva lasciato la sua 600. Ci salutammo e, solo dopo che si era allontanato, mi resi conto che, nell’atto di stringermi la mano, aveva detto “Ciao Adriano!”

Questa patrimonio non può andare disperso, l’appuntamento deve conservare l’adeguata tensione morale e non può essere svilito e degradato a mero appuntamento “magnereccio”. Questo ci si deve proporre: la rituale cena del primo martedì del mese deve rappresentare uno dei momenti qualificanti del programma associativo.

Prendendo esempio dalla determinazione di quei “Ragazzi”, oggi tocca a noi rimboccarsi le maniche: ognuno raccolga la propria pietra e la porti al cantiere di quella che sarà, in tal modo, la immancabile, virtuosa e vittoriosa riedificazione morale e materiale del nostro sodalizio.

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